AI
L’AI sta uniformando la creatività
L’intelligenza artificiale ha reso la produzione di contenuti incredibilmente semplice. Distinguersi, però, sembra diventare ogni giorno un po’ più complicato.
Negli ultimi mesi mi capita sempre più spesso di riconoscere un contenuto generato con l’intelligenza artificiale senza nemmeno leggere il testo. Mi basta fermarmi sull’immagine per qualche secondo, oppure leggere le prime righe della didascalia, e quasi sempre ci prendo. Non perché quei contenuti siano fatti male, anzi…
Sono puliti, ordinati, grammaticalmente corretti e visivamente curati. Ed è proprio questa apparente qualità a renderli così convincenti agli occhi di chi non si occupa di comunicazione per mestiere.
Per questo non mi sorprende vedere sempre più piccole aziende gestire internamente la propria presenza online. Se il risultato finale appare professionale, è naturale pensare di aver eliminato un costo senza rinunciare alla qualità. In fondo, se uno strumento è in grado di scrivere un post in pochi secondi, generare un’immagine coerente con quello che abbiamo chiesto e confezionare un contenuto pronto per essere pubblicato, viene spontaneo chiedersi perché continuare a investire tempo o denaro in qualcosa che sembra ormai automatizzabile?
Stiamo iniziando a confondere la qualità tecnica con la qualità della comunicazione.
L’AI non scrive male, scrive come tutti.
Il problema è che questi contenuti funzionano abbastanza bene da non far scattare alcun campanello d’allarme.
Poi succede una cosa curiosa. Dopo averne visti decine, inizi a riconoscerli quasi d’istinto. Le immagini sono spesso costruite seguendo la stessa logica: luci perfette e una quantità quasi eccessiva di elementi che competono contemporaneamente per attirare l’attenzione, come se ogni angolo dovesse raccontare qualcosa. Anche i testi finiscono per assomigliarsi. Cambia l’argomento, cambia il settore, cambia il nome dell’azienda, il ritmo però resta lo stesso, così come certe formule ricorrenti.
È qui che entra in gioco un paradosso: il contenuto è scritto bene, eppure potresti dimenticarlo pochi minuti dopo averlo letto. Ciò che lo rende tecnicamente corretto è spesso la stessa cosa che lo rende indistinguibile da centinaia di altri.
Quando “abbastanza buono” sembra perfetto
Chi produce questi contenuti raramente ha la sensazione di stare facendo qualcosa di sbagliato, perché lo strumento restituisce un risultato fortemente convincente e ogni elemento sembra confermare di essere sulla strada giusta.
Quello che manca è qualcuno che, davanti al contenuto appena generato, abbia ancora il coraggio di dire: “No, questa cosa non ci rappresenta”. L’intelligenza artificiale può suggerire una risposta a qualsiasi domanda, ma non può sapere se quella risposta assomiglia davvero al TOV dell’azienda che la sta pubblicando. Quella decisione appartiene ancora alle persone, ed è anche quella che rischiamo di delegare con più leggerezza.
L’effetto collaterale sottovalutato
Non credo che il pubblico rifiuti i contenuti generati con l’AI. Credo piuttosto che stia iniziando a sviluppare quasi inconsapevolmente una nuova alfabetizzazione visiva e testuale. Così come oggi riconosciamo una foto ritoccata, stiamo imparando a riconoscere anche un certo modo di scrivere e di rappresentare il mondo. E quando lo riconosciamo, qualcosa cambia: iniziamo a fidarci un po’ meno.
Se fino a oggi il vantaggio competitivo era produrre contenuti in modo più rapido e più economico, nei prossimi anni il valore si sposterà nella capacità di interrompere questa crescente omologazione e di pubblicare qualcosa che non sembri l’ennesima risposta statisticamente probabile.
Ho la sensazione che fra qualche anno l’uso dell’intelligenza artificiale nella comunicazione sarà talmente normale da smettere di essere una notizia. Quello che continuerà a fare la differenza sarà qualcosa di molto meno tecnologico e molto più difficile da automatizzare: avere uno sguardo sul mondo che valga ancora la pena leggere.
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